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Mar 15

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A BRESCIA AUMENTANO I TUMORI, ANCHE QUELLI INFANTILI

Brescia capitale mondiale delle diossine. La drammatica rivelazione riguarda la concentrazione di diossine e Pcb nel sangue dei bresciani: se la concentrazione media a livello mondiale è di 13,2 picogrammi per grammo di grasso, nel sangue di chi risiede in città il valore sale a 54, quattro volte la media mondiale. E il dato è ancora più preoccupante se si guarda a chi vive o ha vissuto nell´area Caffaro: coloro che sono stati esposti all´inquinamento della zona hanno un valore di 82 picogrammi, mentre per chi ha consumato i generi alimentari che venivano prodotti nelle fattorie della Caffaro schizza a 419.

Questi dati sono stati presentati nel corso del convegno «Brutta storia: i tumori aumentano», organizzato dal Comitato per l´ambiente Brescia sud e tenutosi ieri sera nella sala della circoscrizione di via Livorno. Al dibattito hanno preso parte Fulvio Porta, primario dell´Unità di oncoematologia pediatrica dell´Ospedale dei bambini di Brescia e Marino Ruzzenenti, studioso di storia industriale e ambientale. Davanti a un pubblico molto nutrito, i due hanno tracciato un quadro estremamente preoccupante della situazione ecologica bresciana, una vera a propria «bomba» pronta a esplodere. Anzi, che già è esplosa, anche se rimane sottaciuta, senza che i bresciani conoscano davvero i danni provocati dall´inquinamento, in particolar modo del´area Caffaro.
UN DATO È CERTO: i tumori stanno aumentando. Parola di Porta, che è anche presidente dell´Associazione italiana di Ematologia e Oncologia pediatrica: «La fortuna del nostro Paese è che l´assistenza medica è gratuita, non ci sono invidie tra gli ospedali e c´è collaborazione tra i centri di ricerca. Siamo diventati bravi a curare le malattie, ma il problema vero è che la gente e i bambini non dovrebbero ammalarsi». Fortunatamente, ha sottolineato Porta, i tumori infantili sono rari, e colpiscono «solo» 50-60 bambini all´anno: «Sono malattie rare, ma mortali se non vengono curate nel modo corretto. Il problema grosso è avere una rete che riesca a diagnosticare correttamente la malattia. Siamo aiutati dai protocolli di diagnosi e terapia che abbiamo sviluppato e che sono uguali per tutti i bambini».
La bella notizia è che il 70 per cento dei bambini guarisce, perché reagiscono meglio alle terapie. Ma le malattie sono cambiate: «Negli ultimi anni sono cambiati i tipi di tumori: c´è stato un forte aumento dei tumori ossei e cerebrali». Brescia città è uno dei siti italiani in cui questo ampliamento è avvenuto in percentuali maggiori, e lo stesso vale per la Franciacorta. Ma è tutta l´Italia a vedere aumentare pericolosamente i tumori infantili, più che tutti gli altri Paesi europei: «Ma la cosa più grave è che l´incremento riguarda soprattutto i bambini sotto l´anno di vita, con una crescita dei tumori del 3,2 per cento», ha notato Porta, prima di lanciare un altro allarme: «Ciò che respiriamo resta dentro di noi, e potrebbe cambiare il nostro codice genetico. C´è il rischio che l´inquinamento ambientale modifichi il nostro Dna, e che si possa trasmettere ai propri figli».
RUZZENENTI ha trattato soprattutto il caso Caffaro, comparandolo con l´Ilva di Taranto e l´Icmesa di Seveso.
«A Brescia non c´è ancora la consapevolezza dell´inquinamento del sito, che ha coinvolto tutti i bresciani. L´inquinamento è iniziato ottanta anni fa, trent´anni fa è terminata la produzione ma la contaminazione è continuata fino all´inizio del Duemila, e forse prosegue anche oggi», ha spiegato Ruzzenenti, prima di illustrare i dati relativi alla concentrazione di Pcb e diossine nel terreno.
I dati non lasciano spazi a repliche. Al di fuori dell´Ilva di Taranto ci sono 458 microgrammi Teq per metro quadrato di Pcb, nell´area della Caffaro sono 6.300; per quanto riguarda la diossina, a Taranto ci sono dieci microgrammi Teq per metro quadrato, a Brescia 3.300. Nel sangue umano, la concentrazione di Pcb e diossine è di 46,7 pgTeq/g nei coltivatori vicini all´area dell´Ilva, mentre nei bresciani che non vivono nel sito della Caffaro è di 54 pgTeq/g. Valori molto superiori anche alle aree più inquinate di Stati Uniti e Francia.
LA PRESENZA DI diossine è preoccupante anche per quanto riguarda il latte materno. Ruzzenenti ha parlato del caso di una mamma nel cui latte erano contenuti 147 picogrammi, livello estremamente allarmante: «A questa signora nessuno ha mai detto che il suo latte era contaminato a quei livelli: quel bambino ha assorbito una dose di diossine 441 volte oltre il limite», ha spiegato. Ruzzenenti ha poi attaccato l´inceneritore – «Non serve a nulla, chiudiamolo» -, e la mancata erogazione di fondi per la bonifica della Caffaro: «Per siti di importanza molto minore sono stati stanziati milioni di euro, per Brescia nemmeno un euro. Dobbiamo spingere il governo e l´Europa a risolvere il problema»

articolo di Manuel Venturi da Bresciaoggi

per approfondire visita il portale di Marino Ruzzenenti a questo indirizzo

http://www.ambientebrescia.it/Caffaro.html

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1 comment

  1. Bendi

    Tra i primati di cui la Lombardia non può certamente essere orgogliosa annoveriamo la presenza di 7 dei 15 siti contaminati di interesse nazionale: aree che, a causa del grado di pericolosità, sono state prese direttamente in gestione dal Ministero dell’Ambiente. Uno di questi casi è situato a Brescia e risponde al nome di ‘Area ex-Caffaro’.

    Il caso ‘scoppia’ nel 2001, in seguito alla pubblicazione di un articolo sul quotidiano La Repubblica intitolato “A Brescia c’è una Seveso bis”, che illustra i risultati della ricerca condotta dallo storico ambientalista Marino Ruzzenenti sulla storia dell’industria chimica Caffaro; l’articolo seguiva la pubblicazione del libro Un secolo di cloro e … PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia (Jaca Book, Milano, 2001).

    Prima di allora tutto era passato sotto silenzio o quasi, nonostante lo stabilimento fosse attivo da circa un secolo e la pericolosità e tossicità di alcuni prodotti e, in particolare, del PCB, fosse nota già da almeno un ventennio. Basti pensare che nel 1977 la multinazionale americana Monsanto ne cessò la produzione proprio in relazione alla pericolosità ambientale e che, per il medesimo motivo, nel 1979 il Congresso degli Stati Uniti lo bandì da tutto il territorio nazionale. Possibile che per 20 anni la Caffaro non venne informata dei pericoli derivanti dalla dispersione in ambiente dei PCB e che le autorità italiane non fossero a conoscenza della pericolosità dei rifiuti prodotti dall’attività dell’azienda? Difficile da credersi.

    L’impianto Caffaro iniziò la propria attività nel 1906, producendo soda caustica con processo elettrolitico a catodo di mercurio. A partire dagli anni ’30 l’azienda si concentrò sulla produzione di cloroderivati (i principali erano i PCB che derivavano dalla lavorazione del benzene) su concessione della Monsanto, titolare del brevetto.

    La produzione arrivò a circa 150.000 tonnellate tra il 1983 e l’84; una quantità enorme se paragonata alle 670.000 tonnellate complessivamente prodotte in tutti gli Stati Uniti in oltre 50 anni di attività. Al tempo non si conosceva la reale pericolosità degli agenti chimici e quindi le lavorazioni venivano condotte senza particolari precauzioni. I lavoratori della Caffaro raccontano che, almeno fino agli anni ’80, il PCB veniva immagazzinato in cisternette di alluminio e spedito all’estero in vagoni ferroviari; gli sversamenti accidentali per i vari travasi del prodotto durante le fasi di lavorazione e la movimentazione all’interno dello stabilimento erano quindi abituali. Lo stoccaggio di macchinari danneggiati o in riparazione sporchi di PCB avveniva su terrapieni esterni non pavimentati né impermeabilizzati, con la conseguenza di una penetrazione dei PCB nel terreno a causa dell’esposizione alla pioggia. Esisteva inoltre una vasca interrata di decantazione acque di processo produttivo, in cui il PCB veniva fatto convogliare con scarico diretto in roggia. La pericolosità del PCB non era minimamente percepita, tant’è che, come ricordano gli ex impiegati, alcuni lo usavano per lavarsi le mani “perché profumato”.

    A Brescia la produzione continuò anche dopo il 1981, quando accadde un grave incidente a un distillatore di PCB con fuoriuscita di una nube tossica, presumibilmente carica di diossine.

    Nel 1980 dalle analisi eseguite dal Laboratorio provinciale di igiene risultò la presenza di PCB nello scarico della Caffaro, ma la legge Merli non conteneva indicazioni a riguardo e quindi non vennero prese iniziative nel merito. L’impiego di PCB come materia prima o sostanza chimica intermedia fu vietato nell’ Unione Europea dal 1985. Le prime norme sull’argomento sono del 1982, con il DPR 915 che fissava il limite di 500 mg/kg nei rifiuti prodotti. Nel 1988 e nel 1992 con il DPR n. 261 e il D. Lgs. N. 22 vennero poste delle restrizioni sull’uso del PCB e sul riciclaggio degli oli usati. Nel settembre 1996 venne adottata la direttiva 96/59/CE (recepita in Italia con il D.Lgs. N. 209 del 22 maggio 1999) per il controllo dello smaltimento dei PCB e dei PCT e gli impianti impiegati per lo smaltimento stesso. Questa, in breve, la storia del complesso produttivo Caffaro.

    Tornando all’articolo di Ruzzenenti, siamo nel 2001 quando il sito Caffaro esce alla ribalta come uno dei peggiori disastri ambientali riscontrati sul territorio italiano in relazione alla vastità dell’area interessata (circa 7 kmq), alla varietà e alla persistenza degli inquinanti (PCB, PCDD, PCDFA, metalli pesanti, mercurio, etc.), alla durata degli accumuli (oltre mezzo secolo) e, non in ultimo, al numero di persone esposte accertate (quasi 30.000).

    I rischi per la salute correlati a questo sostanze sono ben noti: cancerogenicità,problemi di fertilità sia maschile che femminile, patologie polmonari ed epatobiliari. Come se non bastasse, le dimensioni della molecola (PM 0,05) consentono al PCB di insinuarsi nel DNA, quindi esiti patologici posso manifestarsi anche molto dilatati nel tempo.

    Il perdurare degli sversamenti ha inoltre consentito un’espansione dell’area di diffusione delle sostanze inquinanti, che ha interessato tutta la rete delle rogge presenti sul territorio circostante abitualmente utilizzate per irrigare, penetrando quindi nella catena alimentare dell’uomo con conseguenze non ancora indagate su un numero di persone incalcolabile.

    Un recente studio dello storico ambientalista Marino Ruzzenenti ha comparato il livello di diossine presenti nel sito Caffaro all’Ilva di Taranto. Se il picco massimo di diossine misurate relativamente all’interno dell’azienda Ilva arriva a 351 nanogrammi per ogni chilo di terra, nell’area Caffaro le diossine arrivano a 325 mila nanogrammi/kg. Se invece si prende in considerazione il territorio circostante le due aziende, a Taranto le diossine arrivano a poco più di 10 nanogrammi/kg, mentre nell’area Caffaro le concentrazioni di diossine risultano 300 volte superiori. A conferma di quanto emerso dagli studi di Ruzzenenti, secondo uno studio Asl del 2008 i cittadini che vivono dentro il sito Caffaro presentano concentrazioni di diossine in corpo quasi dieci volte superiori a quelli che vivono nei pressi dell’Ilva.

    Bastino questi dati a evidenziare la gravità e l’attualità del ‘problema Caffaro’.

    Nel 2001, quando ormai il problema era conclamato e il danno ambientale accertato, il Comune di Brescia tentò pretestuosamente di sottrarsi alla bonifica e venne quindi commissionata un’analisi di rischio allo scopo di innalzare di 290 volte i livelli accettabili dei PCB nei terreni; lo studio intendeva dimostrare come, in altri Paesi, i limiti di contaminazione nel suolo fossero maggiori che in Italia e che i limiti del DM 471/99 per i PCB non avrebbero avuto dunque fondamento. Guarda caso, in quel periodo il maggiore azionista di Caffaro, la finanziaria Hopa di Brescia, era anche il principale partner privato del Comune di Brescia in Asm.

    Forse anche per questo, in alcun modo venne tenuto in considerazione il fattore di aggregazione delle tossine, ovvero che molti PCB sono diossine-simili e, di conseguenza, l’accumulo nel sangue di tali inquinanti aumentava esponenzialmente i rischi per la salute umana, in particolare nei bambini.

    Pare quindi che le Istituzioni (Comune in primis, ARPA e ASL a seguire) abbiano dedicato tempo e risorse non tanto a tutelare la salute pubblica, quanto a cercare di convincere la popolazione che il livello di inquinamento potesse essere tutto sommato tollerabile, evitando quindi la bonifica. Tutto questo nonostante l’insurrezione di associazioni ambientaliste, comitati, medici, tecnici e soprattutto famiglie che hanno lottato per anni al fine di far emergere la proporzione di questo caso per decenni occultato.

    Oggi siamo nel 2013 e, a 12 anni dalla ribalta pubblica del caso, la situazione è tutt’altro che risolta. Il rimpallo di responsabilità tra Comune, Regione e Ministero, ha fornito alibi a tutti per inadempienze e ritardi nella bonifica.

    Quanto si era iniziato a fare nei giardini di via Nullo (all’inizio di via Milano) ha finito per rivelarsi una flop, visto che l’amministratore delegato della ditta incaricata, Stefano Vezzosa, è risultato indagato dai magistrati di Brescia per aver versato illecitamente 20.000 euro all’ex vicepresidente del Consiglio Regionale del Pdl Franco Nicoli Cristiani. Ma non è tutto.: la bonifica dei giardini di via Nullo era già stata fermata dalla magistratura nel 2009, in quanto la ditta Moviter, incaricata dal Comune, falsificava le bolle di trasporto per smaltire illegalmente il terreno in una cava nella bassa bresciana. L’amministratore della Moviter era stato quindi condannato per smaltimento illecito di rifiuti. Insomma è bastato muovere la ‘prima pietra’ per ricadere nell’immobilismo generale e pare che il milione e mezzo di euro (soldi pubblici) messi in campo per i giardini di via Nullo siano stati spesi invano.

    Nel frattempo la vera emergenza ecologica, ovvero i terreni e la falda del sito Caffaro, non è stata ancora aggredita con efficacia. Dentro la Caffaro risultano operative 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, pompe idrovore (in gestione alla Ditta Fedeli di Pisa subentrata dopo il fallimento Snia Caffaro) che impediscono all’acqua di falda di diffondere verso le aree limitrofe e, attraverso la rete idrica sotterranea, di venire a contatto con gli abitanti. Trattasi di una situazione di tamponamento temporanea e parziale, che non affronta la questione alla radice, rimuovendo la contaminazione. Chi vive nell’area Caffaro vive una situazione di continua emergenza, per la quale non è stata definito nulla di certo e risolutivo.

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