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Lug 29

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TARANTO: ” L’ILVA ha continuato nell’attivita’ inquinante con coscienza e volonta’ per la logica del profitto…”

Inquinano con coscienza per la logica del profitto..( sulla pelle dei cittadini ). Non è solo una citazione marxista , piuttosto che di gramsciana memoria, ma semplicemente quanto ha scritto il Gip di Taranto Patrizia Todisco nel provvedimento della magistratura in cui si dispone il sequestro di alcuni impianti particolarmente dannosi per i cittadini e per i lavoratori dell’Ilva. A Taranto non deve prevalere la logica dello scontro tra ” ambientalisti ” e ” operai ” : bisogna che gli uni e gli altri siano uniti per chiedere una vera riconversione ecologica della citta’ salvaguardando il diritto al lavoro e alla salute per tutti e tutte. Quella che segue è una raccolta di articoli interessanti su questa vicenda. 

«È stato un provvedimento molto sofferto. Ma è bene chiarire una volta e per tutte che la magistratura si è mossa solo per rispondere al dettato costituzionale che impone l’obbligatorietà dell’azione penale. Non c’era altra possibilità di scelta». Questo l’incipit del procuratore generale presso la Corte di Appello di Lecce, Giuseppe Vignola, che nella conferenza stampa svoltasi ieri presso il comando provinciale dei carabinieri di Taranto, ha affiancato il procuratore di Taranto Francesco Sebastio, all’indomani del provvedimento del gip Patrizia Todisco che ha disposto il sequestro di sei reparti a caldo del siderurgico tarantino e ha ordinato l’arresto per otto dirigenti della Ilva.
Parole forti quelle di Vignola, che ha voluto mettere in chiaro come quella messa in atto è un’indagine a tutto campo, tesa a stabilire «che i morti determinati dagli inquinanti a Taranto, a Brindisi o a Lecce meritano rispetto, lo stesso, della Thyssen, di Marghera, di Genova. I nostri non sono morti di serie B. Sono persone, operai e cittadini che hanno lo stesso diritto costituzionalmente garantito di vedersi tutelati. E visto che sono stati e vengono a tutt’oggi colpiti anche i bambini, noi non potevamo non agire». Per questo motivo, il gip, ha scritto nero su bianco che lo stop alle acciaierie deve essere immediato «a doverosa tutela di beni di rango costituzionale come la salute e la vita umana che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta». Perché, ricorda sempre il gip, «la salute e la vita umana sono beni primari dell’individuo, la cui salvaguardia va assicurata in tutti i modi possibili».
Dunque «non si potrà mai parlare di inesigibilità tecnica o economia quando è in gioco la tutela di beni fondamentali di rilevanza costituzionale, quali il diritto alla salute, cui l’art. 41 della Costituzione condiziona la libera attività economica». Anche perché chi ha diretto lo stabilimento, doveva operare «salvaguardando la salute delle persone», adottando «tutte le misure e utilizzando tutti i mezzi tecnologici che la scienza consente, al fine di fornire un prodotto senza costi a livello umano». Cosa che non è stata fatta. D’altronde, i reati di cui sono accusati a vario titolo i gestori e proprietari dell’Ilva, il patron Emilio Riva, suo figlio Nicola ex presidente del siderurgico, Luigi Capogrosso ex direttore dello stabilimento, Marco Andelmi capo area parchi, Angelo Cavallo capo area agglomerato, Ivan Dimaggio capo area cokerie, Salvatore De Felice capo area altoforno e Salvatore D’Alo capo area acciaieria 1 e 2, parlano chiaro: disastro ambientale doloso e colposo, getto e sversamento pericoloso di cose, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici.
E proprio perché siamo di fronte ad un’inchiesta senza precedenti, Vignola ha chiarito come essa «si estenderà anche ad altre industrie inquinanti: Cementir, Agip o Eni e poi a Brindisi». Ma questo riguarda il futuro. Perché arresti e sequestro di oggi, hanno motivazioni precise: il Gip Todisco lo ha chiarito nel dispositivo di oltre 600 pagine. «Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». Perché come ha spiegato a supporto di tale tesi il procuratore Vignola, mentre di giorno l’Ilva «rispettava» le prescrizioni imposte, la notte avveniva tutt’altro: testimoniato «dalla eloquente e impressionante documentazione filmata e fotografica del Noe sul reparto agglomerato», che ha dimostrato come di notte «venivano fuori dai camini le nubi contenenti polveri sottili.
Parole che riprendono quanto scritto nel dispositivo del Gip, che a tale riguardo parla di «accertamenti e risultanze emersi nel corso del procedimento», che hanno «denunciato a chiare lettere l’esistenza, nella zona del tarantino, di una grave e attualissima emergenza ambientale e sanitaria, imputabile alle emissioni inquinanti, convogliate, diffuse e fuggitive, dallo stabilimento Ilva». La cui gestione, prosegue il Gip, è stata «sempre caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni provocati», con un impatto «devastante sull’ambiente e sui cittadini che ha prodotto un inquinamento che ancora oggi provoca disastri nelle aree più vicine allo stabilimento».
La parola è poi passata al procuratore di Taranto, Franco Sebastio. Che ha voluto fare chiarezza sulle tante inesattezze diffusesi nelle ultime ore, dopo la notifica dei provvedimenti del Gip. Per prima cosa, un passo indietro nella ricostruzione dello sviluppo dell’inchiesta: «da parte della difesa dell’azienda – non è stata espletata fino ad oggi alcuna concreta attività difensiva. Ad esempio, nessuna controperizia che contestasse le relazioni tecniche». Lo stesso Sebastio, poi, chiarisce che il sequestro non è stato eseguito, ma soltanto notificato.. Tecnicamente parlando, infatti, il provvedimento di sequestro degli impianti sarà applicato una volta che avrà superato l’esame del tribunale del riesame, che si occuperà del caso venerdì 3 agosto.
Nel frattempo, l’impianto non chiuderà. Il procuratore ha poi espresso un suo personale desiderio: «Voglio vedere se finalmente si può arrivare ad una conclusione positiva e accettabile, non perfetta ovviamente, in relazione ad una attività di controllo che la magistratura ha iniziato 30 anni fa».
La prima sentenza contro l’ex Italsider è infatti datata 14 luglio 1982.

Gianmario Leone – dal Manifesto del 28 luglio

 

Le perizie dei chimici e degli epidemiologi, le morti e le malattie. I magistrati coprono il vuoto della politica

«Mi complimento per gli sforzi e i risultati ottenuti da Ilva. Attraverso i recenti dati clinici che ci giungono dalle Asl territoriali, emergono dati confortanti in relazioni alle malattie più gravi, patologie che non risultano in aumento, anche grazie al miglioramento dell’ambiente e della qualità dell’aria». Questo affermava il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, nell’ottobre del 2011 sulla rivista (promossa da Ilva) Il Ponte N.3 , a pagina 19. Poi sono arrivate le due perizie della magistratura, una dei chimici e una degli epidemiologi. Il sindaco è stato clamorosamente smentito dai periti della procura che hanno invece scritto queste cose.
1) Nel 2010 Ilva ha emesso dai propri camini oltre 4 mila tonnellate di polveri, 11 mila tonnellate di diossido di azoto e 11 mila e 300 tonnellate di anidride solforosa (oltre a: 7 tonnellate di acido cloridrico; 1 tonnellata e 300 chili di benzene; 338,5 chili di Ipa; 52,5 grammi di benzo(a)pirene; 14,9 grammi di composti organici dibenzo-p-diossine e policlorodibenzofurani (Pcdd/F). Vedere pag. 517 della perizia dei chimici.
2) I livelli di diossina e Pcb rinvenuti negli animali abbattuti e accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto sono riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva di Taranto. Vedere pag. 521 della perizia dei chimici.
3) La stessa Ilva stima che le sostanze non convogliate emesse dai suoi stabilimenti sono quantificate in 2148 tonnellate di polveri; 8800 chili di Ipa; 15 tonnellate e 400 chili di benzene; 130 tonnellate di acido solfidrico; 64 tonnellate di anidride solforosa e 467 tonnellate e 700 chili di Composti Organici Volatili. Vedere pag. 528 della perizia dei chimici.
4) La fuoriuscita di gas e nubi rossastre dal siderurgico (slopping), fenomeno documentato dai periti chimici e dai carabinieri del Noe di Lecce, ammonta a 544 tonnellate all’anno di polveri? Vedere pag. 528 della perizia dei chimici.
5) Sarebbero 386 i morti (30 morti per anno) attribuibili alle emissioni industriali. Vedere pag. 219 della perizia degli epidemiologi.
6) Sono 237 i casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno) attribuibili alle emissioni industriali. Vedere pag. 219 della perizia degli epidemiologi.
7) Sono 247 gli eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno) attribuiti alle emissioni industriali. Vedere pag. 219 della perizia degli epidemiologi.
8 ) Sono 937 i casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte tra i bambini) attribuiti alle emissioni industriali. Vedere pag. 219 della perizia degli epidemiologi.
9) Sono 17 i casi di tumore maligno tra i bambini con diagnosi da ricovero ospedaliero attribuibili alle emissioni industriali. Vedere pag. 220 della perizia degli epidemiologi.
10) I periti hanno concluso che l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione «fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte».
Ripercorriamo alcuni passi della vicenda.
2008 Le analisi di laboratorio (commissionate da PeaceLink) sul pecorino evidenziano concentrazioni di diossina e Pcb tre volte superiori ai limiti di legge.
L’Asl di Taranto ordina l’abbattimento di 1.300 capi di bestiame allevati a ridosso dell’Ilva
2009 Ventimila persone sfilano a Taranto contro l’inquinamento aderendo all’appello lanciato da Altamarea.
2010 PeaceLink e Altamarea evidenziano troppa diossina nelle carni di ovini e caprini. Un’ordinanza della Regione Puglia vieta il consumo del fegato degli ovini e caprini cresciuti in un raggio di 20 chilometri dall’area industriale di Taranto.
2011 Il Fondo Antidiossina Taranto fa analizzare dei mitili. Emergono valori estremamente preoccupanti. L’Asl di Taranto vieta il prelievo e la vendita delle cozze allevate nel primo seno del Mar Piccolo. I mitili presentano concentrazioni di diossina e Pcb superiori ai limiti di legge.
2012 La magistratura mette i sigilli agli impianti più inquinanti dell’Ilva.
Che altro dovevano fare i magistrati?
Alessandro Marescotti  Presidente di Peacelink
www.peacelink.it

http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/36647.html

 

COMUNICATO STAMPA:

LAVORO E SALUTE SONO INSCINDIBILI ANCHE ALL’ILVA DI TARANTO

Di fronte alla gravissima situazione di inquinamento ambientale, nota da tempo, denunciata a più riprese e da più parti tanto in sede locale che nazionale, provocata dalla modalità di gestione degli impianti dell’ILVA di Taranto Medicina Democratica ritiene di dover appoggiare la coraggiosa decisione del GIP Patrizia Todisco di procedere al sequestro preventivo degli impianti in alcuni reparti della produzione “a caldo” altamente inquinanti per l’ambiente esterno, come estremo e, ahimè, tardivo rimedio alla situazione di danno grave per la salute della cittadinanza e degli operai stessi impiegati negli impianti.

Tale azione non può onestamente essere presentata come prevaricazione della magistratura ma piuttosto come sbocco obbligato di anni e anni di denunce purtroppo inutili vista la volontà di profitto pervicacemente affermata da parte delle direzioni aziendali anche contro i più elementari diritti, sanciti nella nostra Costituzione, alla salute e alla difesa della vita dei lavoratori e dei cittadini.

I dati epidemiologici largamente e da tempo noti sono impressionanti: 386 morti attribuibili alle emissioni industriali e inoltre 237 casi di tumore maligno, 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero, 937 casi di ricoveri per malattie respiratorie e 17 casi di tumori maligni nei bambini. Senza un’imposizione pubblica però sia delle amministrazioni statali che di quelle regionali, è ormai accertato che l’azienda non si muoverebbe mai, preferendo esercitare l’usuale ricatto occupazionale, particolarmente efficace in questo periodo storico.

Medicina Democratica, dalla sua fondazione, non ha mai smesso di affermare che LA SALUTE DEI LAVORATORI E DEI CITTADINI INQUINATI È UN BENE COMUNE che va difeso anche contro le esigenze produttive e di profitto che, ancora a norma della nostra Costituzione, non possono affermarsi danneggiando la comunità. Nessun lavoratore deve essere costretto a lavorare in luoghi di lavoro altamente inquinanti, tanto meno sotto ricatto occupazionale. Allo stesso modo nessun cittadino deve essere esposto al rischio noto di malattia a causa dell’inquinamento prodotto dalla fabbrica.

I reparti inquinati e inquinanti dell’ILVA DEVONO ESSERE BONIFICATI a spese della azienda; di quella stessa azienda che in anni di ignavia ha accumulato profitti sulla pelle e sulla salute dei lavoratori. È arrivata l’ora, in relazione a quanto stabiliscono le direttive comunitarie (chi inquina paga) che la azienda si assuma fino in fondo la sua responsabilità. I nostri soldi, dello stato e della regione, potranno eventualmente servire solo in via del tutto emergenziale, per interventi sui territori circostanti la fabbrica e riservando alle amministrazioni locali il diritto di rivalsa nei confronti di chi ha provocato il disastro ambientale doloso.

Medicina Democratica ritiene che possa e debba essere al contempo salvaguardata l’occupazione e che i lavoratori stessi possano essere utilmente impiegati, IN CONDIZIONI DI SICUREZZA, nelle operazioni di bonifica una volta avvenuto il dissequestro. Non è infatti pensabile che la soluzione stia in aggiustamenti di facciata, come sembra di evincere da alcune affermazioni fatte a caldo dal Ministro Clini.

Non è proponibile cioè che si risolva il problema alzando il livello normativo dei valori limite delle sostanze come in altre occasioni di infausta memoria è stato fatto: si aggiungerebbe al danno la beffa e questo non ce lo aspettiamo nemmeno da un governo “tecnico”.

Medicina Democratica ritiene che le indagini epidemiologiche e ambientali che sono state fatte, e che hanno motivato largamente l’intervento della Magistratura, sono sufficienti per iniziare il grande lavoro di bonifica necessario che deve coinvolgere per primi i lavoratori dello stabilimento e, in seconda istanza, le associazioni locali e nazionali che da anni denunciano l’inquinamento di Taranto.

MEDICINA DEMOCRATICA denuncia con forza come inaccettabile il tentativo di mettere i lavoratori contro i cittadini, sia perché si tratta spesso di lavoratori che vivono nelle stesse zone inquinate sia perché questo atteggiamento intende distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da quelle che sono le gravi responsabilità delle direzioni aziendali.

In prospettiva Medicina Democratica ritiene anche che si debba andare a una riconversione ecologica dell’economia, attraverso un progressivo processo di fuoriuscita da tutti i CICLI LAVORATIVI GRAVEMENTE INQUINANTI che costituiscono una fonte di ricchezza per pochi con danno di tutti.

L’alternativa sta nello sviluppo di altri settori: agricoltura biologica, con valorizzazione delle risorse locali (KM0), impulso a opere pubbliche per la difesa del il territorio (rischio alluvioni, idrogeologico, sismico etc.), difesa dell’industria manifatturiera di qualità, sviluppo di energie alternative a partire dal fotovoltaico.

Medicina Democratica ritiene che tale programma deve essere portato avanti con tutte le forme possibili, anche di autogestione, pretendendo l’impegno del Governo in questa direzione, se davvero si intende contrastare gli interessi della speculazione finanziaria che mette a dura prova l’economia, salvaguardando i valori reali o, in primo luogo, i beni comuni.

Il direttivo nazionale di MEDICINA DEMOCRATICA

Milano, 27 luglio 2012

 

 Cominicato Stampa – ALBA

Per quanto è accaduto a Taranto, in questi giorni, c’è materiale per una inchiesta a tutto campo atta ad analizzare e capire meglio il dramma di una città, di un territorio meridionale depredato da sempre delle proprie risorse naturali,della propria salute, del proprio lavoro.
Ancora una volta c’è voluto un gruppo di magistrati coraggiosi ( a cui va tutto il nostro ringraziamento) a emanare una ordinanza di sequestro nei confronti di una fabbrica,l’Ilva,che produce acciaio a pochi metri dalla città con tutto il suo carico di inquinamento che ha prodotto centinaia di morti accertati per tumori vari e migliaia di malattie di vario genere causate da tutta la porcheria di veleni che dagli anni sessanta in poi ha invaso l’aria che si respira,ha inquinato il suolo sottostante,ha inquinato le falde acquifere,modificato la catena alimentare,distrutte specie di animali e molluschi vari (eclatante il sequestro del vivaio delle cozze a mar piccolo per inquinamento da diossina).

Il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva e dell’arresto ai domiciliari dei proprietari della fabbrica (RIVA) insieme ad altri 6 dirigenti aziendali sono il portato clamoroso di una indagine non nata ieri ma che va avanti da anni e che nel frattempo aveva già prodotto sentenze contro la proprietà per violazioni legislative di vario genere sia nei confronti dei lavoratori sia nei confronti dei cittadini abitanti nei quartieri circostanti la fabbrica stessa. Da questo sequestro viene fuori la condanna non solo di un padrone che ha anteposto il profitto smisurato alla tutela della salute e della vita, ma è una condanna senza se e senza ma di un ceto politico e sindacale che in tutti questi anni non solo ha affrontato i problemi in maniera servile e compromissoria ma, sotto certi aspetti, ha avallato le scelte di morte prodotte dalla azienda.

La rivolta operaia che ne è scaturita dalla possibile chiusura dello stabilimento e,quindi,dalla possibile perdita del posto di lavoro non può essere un’arma di ricatto per lasciare le cose come stanno con il loro carico di morte. La tutela del posto di lavoro è fuori discussione. E’ necessario che la partita si riapra valorizzando al massimo la difesa alla vita e al lavoro per tutti. Chi inquina deve pagare. Non bastano i trecento milioni messi in fretta e furia dal governo e dalla regione (di cui solo una parte per la bonifica) per mettere in sicurezza il territorio. A Porto Marghera ne hanno investito quattro miliardi di euro per il risanamento di una area che, probabilmente, non ha raggiunto i livelli di devastazione di Taranto. Bonificare un territorio serve se la causa inquinante viene a cessare; altrimenti non serve a niente.

Si tratta quindi di pretendere che Riva attui tutte le prescrizioni indicate dai magistrati, riduca drasticamente la produzione aumentata a dismisura dopo la chiusura dello stabilimento di Genova sempre per inquinamento spostando a Taranto la quantità di acciaio prodotto in quel sito, e che siano i lavoratori e i cittadini a controllare che tali operazioni vengano fatte senza ambiguità e sotterfugi.

Istituire subito comitati dei cittadini residenti nelle aree colpite sono il migliore deterrente per evitare che le burocrazie politiche e sindacali facciano compromessi vari a danno dei cittadini stessi. In ultima analisi – conclude il comunicato – pensiamo, come ALBA, che da questa vicenda può aprirsi un percorso virtuoso non solo per dire basta allo scempio prodotto nel tempo da Riva e dai suoi servi sciocchi ma permettere che si apra un capitolo di democrazia partecipata che permetta ai cittadini e ai lavoratori di rendersi protagonisti del proprio destino. Se non ora,quando?

Ciccio Voccoli per conto di ALBA (Alleanza Lavoro,Beni comuni,Ambiente)

 

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Navdanya

Navdanya è la trx di Radio Onda d'Urto dedicata al consumo critico, all'economia solidale e all'ecologia.
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6 comments

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  1. Navdanya

    La vicenda Ilva di Taranto ed il conflitto tra capitale/lavoro/salute

    Nuvole rapide
    di Antonio Musella

    30 / 7 / 2012

    Immaginare il paesaggio della propria terra, del luogo dove dovresti essere felice, dove svolgi il tuo lavoro, è un elemento iconografico importante che determina il livello della felicità nell’essere umano. Lo skyline della città di Taranto è composto da un lato da due mari : il mare grande ed il mare piccolo, con il ponte girevole che separa le due parti della città dei due mari. Dall’altro lato, verso l’interno, ci sono una ventina di ciminiere e quelle nuvole che costituiscono la cappa di veleni che soggioga la città.
    E’ veleno per chi lo sa. E’ sviluppo per chi non vuol vedere.
    All’Icmesa di Seveso ufficialmente producevano fertilizzanti. Nessuno in quel paese della Brianza poteva mai immaginare il volto brutto e cattivo della fabbrica. Era sviluppo, era benessere, non poteva esserci, in quel sogno tecnologico e moderno, un lato oscuro che avesse a che fare con il veleno. Non l’avevano mai immaginato fino al 10 luglio del 1976, quando il reattore dell’Icmesa fece il botto, vomitando diossina su 108 ettari di territorio. Nessuno oggi sembra voler ricordare quella che è stata la prima Chernobyl italiana. In quella fabbrica dove lavoravano decine di operai sbuffarono via 300 grammi di diossina pura capace di distruggere per sempre quel piccolo centro lombardo. Seveso fu evacuata. Le case distrutte, i campi arati per 40 cm. Tutto fu seppellito in una discarica fatta da quattro vasche una sopra l’altra. I veleni del reattore racchiusi in 41 fusti. L’Italia scopriva che il capitalismo produce scorie. Forse è quella la data in cui nel conflitto tra capitale e lavoro fa irruzione nella l’elemento dell’ambiente/salute. Da quel momento, governi ed imprenditori sono stati ben attenti a manipolare l’informazione, ad omettere il più possibile il lato oscuro della modernità, quelle scorie di produzione che distruggevano le vite di chi lavorava in fabbrica ed i territori dove sorgevano. Quello che sta avvenendo a Taranto in merito alla vicenda dell’Ilva è senza dubbio un fatto complesso. Lo è innanzitutto perché Taranto non è la Brianza. Una città che secondo i piani di espansione demografica legata allo sviluppo che la fabbrica dei Riva avrebbe dovuto portare, sarebbe dovuta diventare, nelle stime di venti anni fa, un centro di oltre trecentomila abitanti. Invece Taranto è ventimila abitanti in meno rispetto al dato demografico in cui furono fatte quelle stime. Un territorio dove il fenomeno dell’emigrazione, come elemento caratterizzante di subalternità del mezzogiorno al Nord del paese, continua ad essere un dramma del presente e non un ricordo. Taranto non è la Brianza dove invece le fabbriche, dopo Seveso, hanno continuato a prosperare trovando posti comodi e sicuri dove smaltire quelle scorie cattive e portarle lontane dagli occhi e dalle preoccupazioni dei cittadini. Proprio nel Mezzogiorno italiano o magari nei paesi africani. Proprio come le scorie e ceneri di alluminio delle Fonderie Riva di Parabbiago, in provincia di Milano, finiti nella discarica di Pianura a Napoli tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta. Taranto resta una città dove il solo lavoro possibile è quello all’Ilva. Un territorio dove i termini del conflitto tra capitale/lavoro/salute si invertono fino ad arrivare all’assurdo di una saldatura di interessi tra padrone ed operai.
    Magagne della sussunzione reale del lavoro al capitale.
    Un lavoro che significa morire presto. Prima degli altri. Le nuvole rosa provenienti dalle ciminiere dell’impianto siderurgico, dai nastri trasportatori scoperti, dal deposito dei minerali che sembra quasi uno spiazzale dove è accumulato terriccio ed invece sono metalli pesanti, minerali, scoperti lasciati allo sbuffo del vento di Levante, arrivano sulla città costantemente. Non ci sono fusti di colore sgargiante che escono dalle fabbriche su dei camion. Tutto è nell’aria e ciò che si vede poco, si sa, preoccupa sempre meno. Qui non c’è stata una Seveso, nonostante i continui incidenti che hanno caratterizzato la vita della fabbrica, nonostante le immense nuvole cariche di metalli pesanti che si sono rovesciate sulla città ad ogni errore nella produzione, ad ogni guasto all’impianto. Non c’è stato uno shock che abbia prodotto una presa di coscienza collettiva su come quella fabbrica stia uccidendo la città ed i suoi cittadini. Li uccide lentamente. Senza botti. Non c’è un reattore che esplode e centinaia e dei corpi che cadono in terra. Anche se a Taranto tutti lo sanno che la fabbrica fa male. Fa morire presto. Lo sanno ma lo nascondono, come una verità scomoda che ti fa arrossire e di cui ti vergogni. Al tempo stesso agisce un elemento di rimozione del problema frutto del ricatto del padrone che concede il solo lavoro possibile. La vicenda dell’Ilva abbiamo detto che è complessa ed è giusto che sia il territorio ad indagarne le contraddizioni ed a raccontare ciò che succede.
    Questa vicenda però ci dice chiaramente alcune cose.
    La prima è che non possiamo più immaginare il tema della salute come elemento estraneo alla lotta di classe. Fa davvero impressione notare l’assenza di presa di posizione di un sindacato come la Fiom, che da alcuni anni ha cominciato a parlare di riconversione ecologica, di salute dei lavoratori e del territorio come elemento centrale di un piano di rivendicazioni complessive degli operai. A farsi sentire sono quei sindacati, come la Cisl e la Uil che “difendono il lavoro contro gli ambientalisti”. Quei sindacati complici dei padroni dell’Ilva che non vedono come gli elementi stessi del conflitto sindacale siano completamente sovvertiti quando quelle che dovrebbero essere le organizzazioni degli operai hanno gli stessi interessi del padrone. Non considerare l’elemento della salute come parte integrante del conflitto tra capitale e lavoro, dove la salute da tutelare è quella degli operai, del territorio e di chi lo vive, significa anche rinunciare ad una funzione di formazione rispetto al territorio a cominciare da chi in fabbrica ci lavora. Se oggi a Taranto, e non solo, si parla di difendere il lavoro contro la salute e l’ambiente è perché negli anni proprio i sindacati hanno rinunciato a considerare quell’elemento come parte della lotta di classe.
    La seconda è che ogni volta che si parla di necessità di immaginare un modello di sviluppo alternativo a quello esistente non possiamo continuare ad agire sul piano dell’astrazione. Le infinite contraddizioni della vicenda dell’Ilva devono farci capire che si deve avere sempre il coraggio di stare da una parte. Produrre acciaio inquina. Non esiste possibilità di produrre acciaio salvaguardando la salute del territorio. Per questo difronte a queste divaricazioni non può esserci nessuna via di mezzo, non può esserci nessuna chimera riformista per rendere il gigante di veleno un gigante buono. Bisogna stare da una parte. O dalla parte degli interessi di chi vive e muore sul territorio – tra cui anche chi in fabbrica non ci lavora – oppure dalla parte dei padroni che agiscono il ricatto del lavoro come strumento di calmierazione dei conflitti.

    A Seveso i cittadini continuarono ad essere terrorizzati per anni da quei 41 fusti di rifiuti tossici frutto dello smantellamento del reattore dell’Icmesa.
    Nell’estate del 1982 fu comunicato ai cittadini di Seveso che i rifiuti erano andati via per sempre. Non fu detta la destinazione. L’importante era farli sparire per far tornare la tranquillità. Vagarono in tutta Europa con la complicità del governo democristiano, di faccendieri e servizi segreti di mezza Europa, mentre le 4 vasche dove i rifiuti di tutta l’area inquinata dall’Icmesa restarono proprio lì. L’importante era dare parole di tranquillità per continuare a mostrare il volto buono della produzione industriale.
    C’è da scommetterci che tra qualche giorno ai cittadini di Taranto sarà comunicato che sono state varate misure che permettono di riprendere la produzione senza inquinare. Tutti saranno tranquilli. O magari (speriamo!) no.
    Cose che passano veloci. Come le nuvole cariche di veleni.
    Nuvole rapide.

    da globalproje

  2. Navdanya

    Quell’accordo sulla bonifica
    che pare tanto un bluff
    Gian Mario Leone
    30.07.2012

    Dopo la ratifica avvenuta giovedì a Roma tra governo centrale, regionale e locale, in molti hanno intravisto nel Protocollo d’intesa per Taranto (il quale, almeno per ora, non è stato sottoscritto dal gruppo Riva), il primo passo da parte dello Stato e della politica di voler dare vita ad un processo di risanamento e bonifica del «Sito d’interesse nazionale del territorio ionico».
    Peccato però che le cose non stiano assolutamente così. Anzi. Per scoprirlo è bastato prendere visione del documento, che prevede un quadro complessivo di interventi di 336 milioni, così suddivisi: 119 mln di «interventi per bonifiche», 187 mln per «interventi portuali» e 30 mln per «interventi per il rilancio e la riqualificazione industriale». Di essi soli 7,2 mln a carico del privato, la Tcl, impresa cinese che gestisce parte del traffico container nel porto di Taranto. Dalle tabelle in cui vengono riportati i vari finanziamenti infatti, vien fuori una rendicontazione dei progetti da anni in itinere per lo sviluppo di Taranto e una serie di cifre prive di copertura economica a carico dello Stato.
    Dal Mar Piccolo ai Tamburi, dai dragaggi al potenziamento delle banchine del molo polisettoriale, vengono elencati una serie di interventi già annunciati o stanziati anni addietro. Ad esempio, nei 336 milioni sono stati conteggiati i 190 milioni stanziati per lo sviluppo del porto previsti dall’accordo firmato lo scorso 20 giugno alla presidenza del consiglio. Progetti come «l’adeguamento della banchina del molo polisettoriale per consentire i dragaggi fina a 16,5 metri, comprensivi di distribuzione elettrica e superamento interferenze (51 mln in tutto, 35 dei quali relativi ai fondi Fsc della Regione Puglia); la «banchina tratto verso radice di 800 m a 14,5, consolidamento banchina, rotaie lato mare 14 m’ (15 mln a carico dell’Autorità Portuale); «Riqualificazione e ammodernamento della banchina e dei piazzali in radice del molo polisettoriale 23,5 (22 mln a carico dell’Autorità Portuale e 1,5 mln); «Ammodernamento vie di corsa lato terra 3,3 (3 mln a carico dell’Autorithy e 300 mila euro di Tct).
    Tutti interventi già approvati e frutto di accordi e protocolli sottoscritti alcuni dei quali addirittura nel 2009 e ratificati lo scorso mese. Altri concreti interventi previsti nel protocollo, non ce ne sono: i ministeri interessati hanno infatti «promesso» di introdurli nella prossima delibera Cipe. Ma per chi mastica la materia, si sa quanti anni di burocrazia debbano passare prima di riuscire ad ottenere tali finanziamenti. Basti pensare che proprio la prossima delibera Cipe dovrebbe prevedere lo stanziamento di 21 mln per la «bonifica e messa in sicurezza permanente dei sedimi contaminati da Pcb nel Mar Piccolo». Sito per il quale già nel 2006 ministero dell’ambiente, Regione Puglia e Provincia di Taranto avevano stanziato 36 mln poi spariti nel nulla (mentre da due anni i mitilicoltori vedono le loro cozze distrutte in discarica perché inquinate da Pcb e diossina oltre i limiti di legge).
    Di nuovo, in realtà, c’è ben poco: 8 mln previsti per la bonifica del quartiere Tamburi, il più esposto visto che le prime palazzine sorgono ad appena 200 metri dal siderurgico. Decisamente pochi se si fa riferimento ai 56 mln stanziati anni addietro dalla Regione per la bonifica del quartiere, poi destinati altrove, per finanziare progetti nella provincia di Brindisi. Per le risorse dirette, che ammontano a 60 mln, il protocollo non dice come saranno reperite. Nel documento si legge semplicemente «copertura da definirsi a carico dello Stato».
    dal Manifesto

  3. Navdanya

    Le due ordinanze del GIP Patrizia Todisco hanno segnato una svolta epocale per questa città. Da qualunque lato la si voglia guardare infatti, le 600 pagine del provvedimento vanno molto oltre il semplice sequestro di sei reparti a caldo e l’arresto per le otto persone che per anni hanno gestito l’Ilva di Taranto, segnando un punto di non ritorno. Per tutti. La magistratura tarantina, al di là della retorica che è a fiumi in questi giorni, ha dimostrato come nella vita ognuno di noi può, se davvero lo vuole, riscrivere la storia: semplicemente facendo il proprio dovere fino in fondo, a testa alta e con la schiena dritta.

    Perché quelle 600 pagine vanno molto oltre la semplice applicazione del codice di procedura penale. Sono l’input, l’incipit per un intero territorio, che ora sa tutto quello che c’era da sapere. E che tutti sapevano. Ma che in moltissimi hanno colpevolmente taciuto, coperto, appoggiato: uniti tutti da un medesimo disegno criminoso e seguendo la sola logica del profitto e del potere fine a se stesso. Tutti, non solo gli otto indagati ora agli arresti domiciliari. Perché quelle 600 pagine, tra le righe, affermano chiaramente che se tutto ciò sino ad oggi è stato possibile, è perché chi doveva controllare ed imporre i controlli si è sempre girato dall’altra parte.

    E dicono anche che chi doveva tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori all’interno della fabbrica, ha preferito proteggere e tutelare i propri interessi, invece che quelli di coloro che ogni giorno hanno lasciato un po’ della loro vita dentro le tute da lavoro. Non solo. Perché se sino ad oggi tutte queste cose erano state ampiamente previste, quelle 600 pagine dicono molto altro. Impongono ognuno di noi a una seria analisi e presa di coscienza collettiva. Perché questa città ha di fronte a sé un’occasione irripetibile: quella di diventare per la prima volta protagonista del proprio destino, scrivendo senza l’aiuto di nessun altro, un futuro diverso.

    E per questo certamente migliore. Perché se è vero che le 600 pagine del GIP hanno travolto come uno tsunami le classi dirigenti degli ultimi 60 anni, che per un semplice effetto domino trascinano con sé sia l’intero settore di tutta quell’imprenditoria tarantina che sino ad oggi si è arricchita lavorando nell’indotto con l’Italsider prima e con Riva poi, sia tutti i dirigenti sindacali di ogni pensiero e schieramento, è altrettanto vero che la società civile ora non può più restare ferma a guardare, lasciando che tutto scorra e continuando a scegliere di restare spettatrice piuttosto che recitare un ruolo da protagonista.

    Prendiamo gli operai. Ora sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico. Perché quel documento fornisce loro un’arma micidiale per delegittimare del tutto i sindacati, che oramai non possono più pretendere di essere attori principali della concertazione nei rapporti tra azienda e lavoratori. Hanno avuto 60 anni per fare questo, ma hanno miseramente fallito, peraltro con l’aggravante di essere stati complici nel far credere agli operai e ad un’intera città che l’Ilva si fosse da tempo messa sulla strada della eco-compatibilità. Appoggiando teorie carnevalesche, come gli accordi d’intesa, le leggi regionali e gli investimenti milionari, che la penna di un GIP ha degradato come la “più grande presa in giro” che potesse essere messa in piedi dall’Ilva. La quale, al di là di ogni considerazione, sarà obbligata di qui ai prossimi anni, ad investire miliardi di euro per attenersi a tutte le prescrizioni che inevitabilmente le saranno imposte dalla nuova AIA e/o dagli interventi della magistratura.

    Ed allora dovranno essere gli operai a seguire la realizzazione di questi lavori. Saranno loro a doverli richiedere con tutta la forza che hanno in corpo, a pretenderli: per il rispetto della loro salute. Hanno tutti i mezzi per poter finalmente guardare in faccia una proprietà che sino all’altro giorno ha gestito il rapporto azienda-lavoratori alla stregua di un regime di terrore puro. E per farlo non avranno di certo bisogno dell’aiuto o dell’appoggio del sindacato. Ma è inevitabile che la spinta del cambiamento, quello vero, reale, non più rinviabile, dovrà arrivare dalla società civile.

    Quelle 600 pagine inchiodano i tarantini alle loro responsabilità. Per decenni abbiamo pianto i nostri morti, maledicendo il male oscuro che ha colpito indistintamente e senza alcuna pietà. Abbiamo passato gli ultimi decenni a lamentarci, ad imprecare, a sbuffare, ad indignarci, ma alla fine dei conti ci siamo sempre voltati dall’altra parte. Siamo stati anche noi conniventi. Anzi. Abbiamo anche fatto di peggio. Perché quei pochi che hanno provato a cambiare le cose, nel tempo, hanno preferito scannarsi, litigare, agire per ripicca, piuttosto che immaginare un percorso comune. Eppure. Eppure questa città, sempre al di là di ogni retorica, è piena di eccellenze. Ci sono persone che silenziosamente, ogni giorno, operano per il bene comune dedicandosi agli altri e alla realtà cittadina. Senza nulla chiedere in cambio. Persone di ogni età e rango sociale che hanno compiuto scelte silenziose che è ora che vengano a galla in tutta la loro forza.

    Perché non possiamo più attendere oltre. E’ giunto il momento di fare quadrato, di mettere insieme tutte le energie e le forze che possiede questa città, per dare vita ad un concreto progetto alternativo. Perché è bene chiarirci una volta e per tutte: al di là dei processi, delle leggi e leggine della politica, degli interventi di “ambientalizzazione” dell’azienda, degli eventuali fondi per le bonifiche se mai dovessero arrivare, il futuro non può e non deve essere questo. Se vogliamo davvero un futuro senza più veleni, senza più inquinamento, allora è il caso di dare vita, ma questa volta seriamente, ad una piattaforma comune che preveda il pensare e progettare concretamente valide e serie alternative economiche.Che certamente non potranno essere le bonifiche come più di qualche sapientone propone da tempo. Perché anche l’ultimo degli ignoranti riesce da solo a capire che una reale bonifica potrà esserci soltanto quando le sorgenti inquinanti avranno smesso di emettere veleni. Altrimenti stiamo parlando dei soliti rimedi inutili che non servono a nulla. E’ arrivato dunque il momento dell’unità, del guardarsi in faccia, del progettare con voglia e coraggio una strada alternativa.

    Di mettersi in gioco seriamente, di abbandonare slogan e proclami uscendo dalle stanze virtuali di facebook, scendendo per strada, incontrando la gente, coinvolgendo un’intera comunità. Provando davvero a disegnare una città diversa, rendendosi credibili, pressando la politica a seguire la volontà dei cittadini e non a proseguire su un sentiero lungo 60 anni che ci ha portato alla deriva più totale. E’ scontato che tutto quanto di cui sopra deve ancora essere realizzato. E che per farlo ci vorranno anni. Ma le basi per partire, adesso, ci sono eccome. E lo strumento da brandire sono proprio quelle 600 pagine. Un’arma micidiale contro la quale nessuno potrà proferire parola. Non esistono altre alternative. Non agire ora, non mettersi insieme, vorrà dire continuare a delegare. A far sì che a decidere per noi siano sempre gli altri. Che a rappresentarci siano ora il politico di turno, che a difendere i nostri diritti sia il sindacalista di turno, che a dire ciò che pensiamo da sempre sia l’ambientalista di turno: solo che sino ad oggi questi soggetti hanno fatto tutto tranne quello che avrebbero dovuto. E’ arrivato il momento di non avere più leader, di porci nei confronti degli altri tutti sullo stesso piano. E chi non ci sta si accomoderà gentilmente nell’angolo.

    Altrimenti, vorrà dire che tutto quello che sta accadendo in questi giorni, ingiallirà presto sulle pagine dei giornali, restando un mero ricordo di qui ai prossimi venti anni. Vorrà dire che ancora una volta avremo preferito delegare, non avendo il coraggio di metterci in gioco e lasciando il nostro destino nelle mani degli altri. Attendendo inermi il giorno in cui Riva chiuderà l’enorme mostro d’acciaio: perché se ancora qualcuno non lo ha capito, il futuro dell’acciaio italiano ha gli anni contati. Potranno essere 5-10-20-30, ma prima o poi non reggeremo più la concorrenza dei paesi emergenti. E a quel punto con chi ce la prenderemo? Chi malediremo? Ci accontenteremo di 2-3 anni di cassa integrazione per migliaia di lavoratori, trovandoci senza lo straccio di un’alternativa.

    Quando viviamo in una città e in un territorio che potrebbe tranquillamente vivere e reggersi sulle sue gambe, perché dispone di risorse e bellezze uniche nel mondo. Quelle 600 pagine sono uno squarcio nel grigiore in cui ci hanno imprigionato per decenni. Sono la concreta possibilità che un’altra Taranto è davvero possibile. Sta a noi adesso non solo immaginarla, ma renderla reale. Lo dobbiamo ai nostri morti. Alle persone che ancora oggi soffrono e convivono con il male oscuro. Lo dobbiamo ai bambini che non ci sono più. A quelli che guardano il cielo dalle finestre del Moscati. A quelli che ancora devono nascere. Lo dobbiamo a noi stessi. Tutti. Nessuno escluso.

    “Una perfetta scusa per sentirci ancora vivi. E’ sapere che il nostro sforzo è necessario. Che siamo come il fuoco di una ricca memoria. Che siamo come l’acqua di un fiume in piena. Che siamo la promessa di un domani migliore. Una perfetta scusa per vedere come siamo. E’ sapere che è ancora molta la strada da fare. Lascia la porta aperta a tutti i viaggiatori. Perchè i sentieri giusti vanno percorsi insieme. E alla meta arriviamo cantando o non arriva nessuno” (*).

    Gianmario Leone (dal TarantoOggi del 30 luglio 2012)

  4. Navdanya

    Hanno scelto la strada del silenzio i dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva finiti agli arresti domiciliari per i reati contestati dal gip Patrizia Todisco nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento. Questa mattina, in occasione dell’interrogatorio di garanzia, tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Si tratta di Luigi Capogrosso, Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice e Salvatore D’Alo’ (a Taranto), Emilio e Nicola Riva (a Varese). Intanto, appare evidente quanto stia irritando la Procura il comportamento di certa stampa che parla di trattativa o dialogo in corso con l’Ilva. La Magistratura non ha alcuna intenzione di farsi tirare per la giacchetta. Cosa che il procuratore capo Franco Sebastio ha ribadito anche oggi.

    Ascolta l’intervista a Gianmario Leone giornalista di Taranto Oggi e collaboratore del Manifesto
    http://www.radiondadurto.org/2012/07/31/taranto-silenzio-assoluto-da-parte-dei-dirigenti-ilva-durante-gli-interrogatori-di-garanzia/

  5. Navdanya

    Taranto – Nasce il Comitato operai e cittadini

    Il 30 luglio 2012 si è costituito il comitato spontaneo e apartitico “ Cittadini e lavoratori liberi e pensanti”. Abbiamo scelto questo nome perché crediamo che, mai come ora, sia necessario superare il conflitto ambiente/lavoro, che fino ad oggi ha visto gli operai contrapposti ai cittadini.

    Il comitato nasce con questi obiettivi: tutela della salute e dell’ambiente, coniugata al reddito di cittadinanza e alla piena occupazione. Il comitato riunisce operai Ilva, lavoratori, disoccupati, precari, studenti, cittadini che d’ora in poi, per la prima volta insieme, pretendono di essere al centro di ogni decisione politica sul futuro della città di Taranto.

    Siamo uomini e donne stanchi di dover scegliere tra lavoro e salute. Imputiamo all’intera classe politica di essere stata complice del disastro ambientale e sociale che da cinquant’anni costringe la città di Taranto a dover svendere diritti in cambio del salario. Siamo stanchi di essere rappresentati da sindacalisti che invece di difendere i diritti dei lavoratori salvaguardano i profitti dell’azienda.

    Pretendiamo che chi ha generato questo dramma, lo Stato prima, la famiglia Riva poi, paghi per il disastro prodotto. Non vogliamo più pagare con le nostre vite e con i nostri corpi le conseguenze di una crisi ambientale, economica e sociale di cui si conoscono i colpevoli.

    Il 2 agosto saremo in piazza non per contestare la decisione della magistratura, né tanto meno per difendere gli interessi della proprietà e le posizioni dei sindacati, ma per reclamare il rispetto di diritti fondamentali fino ad oggi calpestati.

    Invitiamo tutti coloro che considerano una vergogna il ricatto occupazionale a cui siamo stati costretti fino ad oggi e che vogliono immaginare e costruire insieme un’altra idea di città, a scendere per strada e a sfilare dietro il nostro striscione: “Sì ai diritti, No ai ricatti: Salute, Ambiente, Reddito, Occupazione”.

    Per informazioni:

    347. 8605836

    345. 7161310

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