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Feb 21

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“Toxic City: finto amianto, soldi veri” di Andrea Bianconi

Associazione famigliari vittime dell'amiantoParte uno: info generali.

1) Che roba è. L’(o asbesto , è lo stesso) non è un elemento chimico, come l’idrogeno o l’uranio, e neanche un composto chimico, come l’acqua. Piuttosto è una categoria pratica-commerciale che raggruppa sei silicati diversi. Dovendo tradurre “silicato” in Italiano, direi “roccia”. Quindi “gli amianti” sono sei tipi di roccia. La caratteristica comune di questi tipi di roccia è avere una struttura “lanosa“: una lana di micro-fili o micro-aghi, che puoi vedere uno per uno con il microscopio elettronico (sono lunghi 5-20 micron ed hanno spessore infinitesimo).
Un’altra proprietà importante è che sono sostanze chimicamente molto inerti, al punto che non bruciano, non arrugginiscono, non si corrompono, non vengono facilmente intaccate da altri elementi. Queste due proprietà sono la chiave della pericolosità ma anche della possibile gestione (a volerla far bene) dell’amianto. In un fibro-cemento come l’Eternit le microfibre sono bloccate, ma nelle fasi di lavorazione, o in altri contesti, sfarinano molto facilmente, riempiendo l’aria di un micro-pulviscolo che è difficile filtrare e va ad inserirsi nei polmoni.

 2) Che ci si fa. In una abitazione, fabbrica, ufficio, nel 1970, metà degli oggetti in vista erano parzialmente costituiti da amianto, inclusi i rivestimenti di alcuni dei tubi e la carta da parati. Uno degli utilizzi più noti è come anti-incendio, un altro è come lana isolante termica o isolante sonora. L’utilizzo più famoso è nel “fibro-cemento”, quello che noi chiamiamo Eternit (la marca con cui è diffuso in italia). Il cemento armato è cemento con dentro un’anima di ferro. Nell’Eternit il concetto diventa “capillare”: una parte di amianto viene mescolata con 9 parti di cemento, ed i microfilamenti dell’amianto diventano le “microanime” del cemento. Ne vengono fuori lastre che o le fai a pezzi con una scure o sono praticamente incorruttibili (da qui il nome Eternit).

 3) Ma fa male? Sì, e no. E’ una materia estremamente pericolosa per coloro che lo lavorano, e per quelli che stanno nei paraggi della lavorazione. Ma siccome i nomi “amianto” ed “asbesto” derivano da antiche parole che significavano “incorruttibile”, se non lo tocchi lui se ne sta buono. Più di molte altre sostanze che quotidianamente respiriamo, ingeriamo, tocchiamo. Per chiarire il punto, su un sito governativo inglese e su uno americano le  istruzioni sono:

(a) se hai un cassone di fibrocemento, o tubi foderati di lana di amianto in casa, la cosa migliore da fare è lasciarli dove stanno e non toccarli.

(b) se bisogna per forza toccarli, esci da casa tua e lascia fare a noi: mobili, pareti, pavimenti, tutto viene completamente coperto da adesivi o avvolgimenti che alla fine andranno smaltiti assieme all’amianto. Se un chilo di amianto è saldato a cento chili di ferro, portiamo via tutto assieme cercando di non segare niente. Gli operatori sono vestiti come quelli di Fukushima, si continuano ad usare aspirapolvere speciali durante il lavoro.Quindi, se uno l’amianto lo guarda o ci si siede sopra, non è pericoloso. Se invece ci lavora (per estrarlo, per trasformarlo in Eternit, per rivestirci tubi, per caricarlo sul camion che lo porta alla discarica) i rischi sono enormi, per lui e per le popolazioni dei dintorni.

 Punto importante: Il rischio è legato alla RESPIRAZIONE, non all’ingestione o al contatto epidermico. Quindi bere l’acqua del cassone in Eternit non comporta rischi. Segare quel cassone invece è una attività per cui si può finire in galera, dato che stai esponendo ad un grave rischio te stesso e chi è nei dintorni. Non si può escludere che l’amianto abbia un ruolo nei tumori “normali”, ma le malattie mortali che sicuramente si legano all’amianto sono l’asbestosi e il mesotelioma. L’asbestosi è una sorta di silicosi da amianto: ampie regioni dei polmoni cominciano ad essere perennemente infiammate, con fibrosi e devastazione progressiva. Il mesotelioma pleurico è un tumore di cui non si conoscono bene i meccanismi di origine, ma in 3 casi su 4 la vittima ha una storia nota di contatto con l’amianto. Entrambe le malattie hanno periodi di latenza lunghissimi: per il mesotelioma, almeno 15 anni (32 in media). Anche se non sono chiari i meccanismi con cui l’amianto innesca i danni, l’esperienza accumulata è che la chiave sia nella struttura microscopica dell’amianto (a micro-aghi).

Questo è un punto chiave: se tu cambi la forma dei microaghi, l’amianto diventa una materia innocua. La sua composizione chimica non è diversa da quella di tante altre rocce. La statistica medica dice che se sei esposto in modo prolungato a respirare polvere di amianto in dose innaturale sei a rischio. Tutti abbiamo nei polmoni alcuni milioni di microaghi di amianto, provenienti dall’ambiente naturale. Essere “esposto” vuol dire che dopo un po’ ne hai molti di più. Grosso modo la relazione è lineare: più TEMPO sei esposto, più rischi. Una singola esposizione,anche massiccia, non sembra avere conseguenze. Ma sono noti casi di ammalati con uno/due mesi di esposizione. E anche le popolazioni che vivono vicino a grossi giacimenti di amianto naturale sono affette dai tumori.

 4) Storia istruttiva del pericolo. L’amianto è una sostanza nota ed usata in tempi antichissimi. Il boom industriale è a metà ottocento. Tra fine ottocento e inizio novecento in Inghilterra si comincia a capire che qualcosa non va. Negli anni trenta la legislazione per la sicurezza sul lavoro di questo paese comincia ad adeguarsi. Notiamo però che i soldi ci arrivano prima delle leggi: già dal 1920 le compagnie assicurative americane si rifiutano di rilasciare polizze sanitarie ai lavoratori del settore . Invece la aziende interessate fanno carte false per “coprire” il problema, e molti anni dopo, nelle inchieste degli anni ’80, emerge una realtà di operai tenuti all’oscuro fino a che letteralmente non crollavano sul posto di lavoro. Nella sola industria navale americana si stimano 100,000 vittime. Oggi le controversie giudiziarie legate all’amianto sono il più voluminoso capitolo
della storia giudiziaria americana: hanno finora coinvolto 800,000 parti lese, 8000 accusati, 250 miliardi di dollari di sole spese processuali, attualmente ci sono 200,000 casi in esame nelle corti americane e se ne prevedono altre 700,000 nei prossimi anni.

 5) Foer di ball. Dagli anni ’90 (1992 in Italia) nell’UE l’amianto diventa come l’eroina: non lo puoi estrarre, usare, vendere o comprare. La legislazione americana per certi versi è più permissiva, per altri più stretta (ne riparliamo dopo). In linea di massima in quasi tutti i paesi ricchi è una sostanza bandita. Invece, in Cina Russia e Brasile, e a catena in tutto il mondo povero, se ne fa uso come da noi cinquant’anni fa. E se ne estrae (metà della produzione mondiale è in Russia).

 6) Smaltimento e vetrificazione. Che dice la legislazione americana sullo smaltimento dei resti di oggetti contenenti amianto? appurato che certe caratteristiche dell’amianto lo rendono più pericoloso delle scorie nucleari….lo si può smaltire solo nei siti di stoccaggio delle scorie nucleari, e con gli stessi criteri di sicurezza. Poi, siccome meno ci si lavora e meglio è, se hai un tubo foderato in lana di amianto il tubo rimane assieme all’amianto e devi smaltire entrambi. Come risultato, negli USA il problema dello spazio disponibile nei siti di stoccaggio nucleare comincia a farsi sentire. A forza di vetrificare scorie nucleari da una parte, e accatastare amianto dall’altra, i gestori dei siti di stoccaggio hanno avuto l’idea: e se adottassimo la stessa procedura anche con l’amianto? Metti il tubo con l’amianto in un bagno di solventi a 90 gradi per 48 ore, ed il primo risultato è che si separa il ferro, pulito dall’amianto. Il resto lo inserisci in una fornace da vetro in una camera a bassa pressione. Tra due ambienti con una grossa differenza di pressione, l’aria si sposta sempre verso quello con pressione minore. Questo garantisce che l’amianto non venga “aerotrasportato” fuori dalla camera. La vetrificazione è una fusione seguita da una ri-solidificazione attuata in modo da non permettere il formarsi di quella
struttura cristallina che era propria dei materiali originali. Si forma una pasta continua (“amorfa”). Quindi niente più micro-aghi: l’ex amianto perde le sue caratteristiche di pericolosità, e resta una pasta di vetro o ceramica con cui potresti fare un bicchiere e berci dentro.

Di solito ci si fanno asfalti e cementi particolari. Quando l’amianto invece è misto con sostanze dannose come  piombo o radioattivi, non lo rivendi ma in ogni caso la vetrificazione rende tutto chimicamente inerte e riduce l’ingombro a qualcosa che può arrivare ad 1/30 dell’originale. Girano vari brevetti, soprattutto in merito alla possibilità di realizzare vetri o ceramiche pregiate, il che renderebbe più appetitosa la procedura per un privato. E’ un settore in sviluppo, c’è da aspettarsi grossi miglioramenti tecnologici.

 7) Si farà, qui da noi? Non credo. Vediamo perchè. Restando negli USA, la vetrificazione costa nell’immediato 300 $/ton, mentre lo stoccaggio in sito nucleare 100 $/ton. Le ragioni per una scelta apparentemente
antieconomica vengono difese nei siti governativi americani mettendo di mezzo due espressioni inglesi che cerco di tradurre:

a) la vetrificazione rimuove la “continuing liability”, che vuol dire “debito/impegno/responsabilità di lungo periodo”.

b) al di là delle apparenze, la vetrificazione è conveniente in una ” in-depth cost evaluation “, che vuol dire “una valutazione dei costi che consideri il problema da risolvere nella sua completezza”.

Ricordo che negli USA l’amianto lo devi trattare coi riguardi di una scoria nucleare. Quindi va gestito con mille cautele, e non solo ora, per sempre. La vetrificazione ti libera da questo “sempre”. Da noi, del “debito/impegno/responsabilità di lungo periodo” non glie ne può fregar di meno a nessuno. Mentre “il problema da risolvere nella sua completezza” è una cosa semplicissima: entrano in casa un po’ di cottimisti stranieri, smontano a mani nude, caricano su un furgone, fanno due chilometri e rovesciano tutto in una scarpata. O se va bene lo portano in discariche da amianto legali, ma che comunque sono discariche assolutamente normali, la sola differenza sta nell’obbligo di impacchettare il pattume. Gli imballaggi reggeranno qualche anno e poi a “vetrificare” ci penseranno corvi e gabbiani. Chiaro che a queste condizioni il costo dello “smaltimento” è bassissimo, conviene continuare a farlo così.
Parte 2: Gianico.

La questione Gianico è molto controversa, e paradigmatica dello stallo italiano sulle infrastrutture. Da noi si applica il concetto “non nel cortile di casa mia” non solo alle centrali nucleari, ma un po’ a tutto: ferrovie, discariche,impianti di varia natura, varianti autostradali. Il potere politico, abbastanza indiscriminatamente e con la consueta profondità di analisi, tende ad attribuire questo atteggiamento ad una popolazione retrograda, egoista e provinciale. Insomma, un elettorato indegno dei suoi rappresentanti. L’elettore, per dirla con De Andrè, “senza la sua paura si fida poco”, dato che ogni volta che molla l’osso poi si ritrova a pagarla molto salata.

Storia in breve: La regione Lombardia ha programmato (dettagli nel prossimo capitolo) di rimuovere e sistemare in qualche modo tutto l’amianto ancora disperso sul territorio lombardo, in case, impianti, eccetera, entro il 2016. Notoriamente questo tipo di piani in grande stile “incoraggia” iniziative private che vengono incontro all’idea. Un’azienda della bassa Val Camonica presenta un progetto per riconvertire un impianto metallurgico in un (grosso) impianto di vetrificazione di prodotti con amianto. La tecnica di lavorazione è per certi aspetti nuova ed è stata studiata con alcune università emiliane. Il sindaco di Gianico decide di far esaminare il progetto da una commissione di adeguato livello. Non so in dettaglio quale sia stata la valutazione, ma comunque dopo un po’ cominciano a montare dubbi, diffidenze e proteste. Moltoforte anche l’opposizione dal comune vicino (Darfo Boario Terme), con l’economia legata al turismo termale.

Un po’ di commenti:

1) Il progetto come “idea generale” non ha niente di male, anzi è il caso di chiarire che, prima o poi, o in Italia ci saranno impianti del genere, o ci saranno decine di discariche di amianto, e quelle sì che sono più pericolose di un impianto nucleare. Però… una splendida idea può diventare un incubo senza fine quando la metti in pratica. Quindi non si può andare avanti se non si riesce a trovare cinque ingegneri esperti, che siano in grado di analizzare il progetto, e di cui ci si possa fidare . Mica facile trovarli: di periti che si comprano con due soldi l’Italia è strapiena. Poi serve gente che controlli la rigorosa applicazione delle procedure, e di cui ci si possa fidare. Mica facile, per le solite ragioni. Poi servono amministratori a vari livelli che tengano le fila della cosa sul breve e sul lungo periodo, e di cui ci si possa fidare . Sempre più difficile.

2) I dubbi più ovvi, un po’ degli abitanti e delle amministrazioni dei comuni coinvolti, un po’ miei, riguardano questi punti:

(a) La tecnica presenta aspetti innovativi: forse sarebbe il caso di sperimentarla un po’ meglio prima di realizzarci un grosso impianto, oltretutto in una situazione logisticamente complessa come quella di una valle.

(b) Chi garantisce che poi le cose vengano fatte a dovere? anche l’A2A è un impianto a impatto-zero “secondo progetto”, e invece di porcherie ne produce una montagna.

(c) Chi garantisce che l’impianto non finisca con l’attirare tutto l’amianto d’Italia, crescendo in modo incontrollabile? Con l’A2A stava scritto grosso come una casa che doveva smaltire 270,000 tonnellate all’anno, e siamo a 800,000. A Montichiari una discarica di rifiuti speciali si è tirata dietro l’altra, e siamo ad 11 in pochi chilometri quadri, alla faccia delle leggi e del buon gusto.

(d) Peggio, chi garantisce che l’impianto non faccia da volano per una “sinergia del riciclaggio” che si trasforma in lobby imbattibile, come è accaduto con l’A2A e le acciaierie a Brescia?

(e) Chi dice che i soldi di stato regione eccetera non mettano in moto una “voglia generalizzata di smaltimento” più dannosa che utile? Ricordo che in Inghilterra la regola n.1 per l’amianto è “meno lo tocchi meglio è”, e le prime leggi inglesi sulla pericolosità dell’amianto venivano scritte quando da noi c’era ancora quello che urlava dal balcone.

(f) Che dire dei fiume di camion pieni di amianto che comincerebbe a fare avanti e  indietro, ci fidiamo pure di quelli?

(g) Il vicino comune di Darfo Boario Terme ci ha messo decenni a costruirsi il marchio vendibile di centro per un “turismo della salute”. Anche se l’impianto funzionasse a regola d’arte, su questo marchio l’impatto commerciale della parola “amianto” sarebbe devastante. Penso che in caso di crollo delle presenze ci potrebbero stare gli estremi per una class-action amministrativa.

Insomma buona parte dei dubbi è legata al pregresso. A Brescia non c’è emissione che riesca a oltrepassare i vincoli di legge, le ASL l’ARPA e le amministrazioni vigilano, la Regione è in odor di Beatificazione. Però la scena attorno a noi la vediamo tutti. Il recentissimo esempio della sentenza del TAR su Vighizzolo (“la discarica puzza in modo intollerabile, ma la puzza non fa male”) certifica che anche davanti alla più plateale violazione del diritto di vivere in pace di una comunità la sola legge che funziona è “articolo quinto, chi l’ha in mano ha vinto”. Che la gente diffidi mi sembra giustificato.

4) Un dato impportante: i dati della Regione Lombardia dicono che su 55mila siti da risistemare, meno di 400 si trovano nel comprensorio sebino-camuno. Tradotto: l’amianto attualmente non è un problema di questa parte d’Italia. Una economia legata al ritrattamento dell’Amianto sarebbe fuori luogo quanto l’introduzione del Condor nella fauna dell’Adamello. Un po’ di fantasia suggerisce camion che arrivano da tutta la Lombardia, fino al 2016 (durata prevista del piano regionale di smaltimento, già realizzato per il 20 %), forse fino al 2020 coi ritardi che non mancano mai. E poi? Si chiude l’impianto? o si comincia a far arrivare amianto da ogni parte del mondo? Così finisce come coi rottami: per abbattere i costi del trasporto li si fa arrivare dai posti meno raccomandabili (Chernobyl eccetera).

 5) Detto questo, merita due parole anche l’altra faccia della medaglia: volano  sviolinate fuori luogo nelle quali si dipinge il quadro di una val Camonica stile “Heidi ti sorridono i monti” minacciata dall’amianto. Anche se lo buttassero tutto nell’Oglio, l’amianto sarebbe solo un bicchiere d’acqua sporca in più nel Sebino. Quegli amministratori che ogni tanto si scoprono ecologisti dietro a parole magiche di sicuro impatto (nucleare, amianto), dovrebbero dedicare un po’ più attenzione ai tanti dettagli fuori onda che veramente concorrono a costruire un ambiente vivibile.

 Parte tre: Regione chiama, S.Polo e Montichiari rispondono.

 1) Facciamo il punto del “pericolo”. In Lombardia coesistono due realtà molto diverse:

a) La zona di Broni-Pavia, dove erano presenti fabbriche di lavorazione dell’amianto. Questa è una Casale Monferrato numero 2.

b) Quelle zone, in particolare la Lombardia Orientale, in cui l’amianto è presente nelle infrastrutture ma non è quasi mai motivo di preoccupazione urgente per la salute pubblica. Questo è certificato dalla stessa Regione: in Lombardia Orientale non sono presenti luoghi nei quali la quantità di polvere di amianto presente nell’aria sia abbastanza alta da riuscire ad essere misurata. Detto in altre parole: l’aria di questa parti è piena di ogni tipo di schifezze, ma riuscire a trovarci una microfibra di amianto è molto difficile.

2) Una legge regionale del 2003 istituisce il PRAL (Piano regionale amianto Lombardia). Aspetti salienti:

Il piano vuole arrivare a censire e a “bonificare” entro il 2016 tutte le strutture o i depositi (legali o abusivi) contenenti amianto nella regione. Si prevede di cofinanziare (max 30 % della spesa) i “microsmaltimenti” (30 mq o 450 kg). Viene fissato un prezzo politico che ad esempio per un tetto di 100 mq è 1300 euro + IVA. Sul Corriere della Sera una stima media parla di 120 Euro per tonnellata di materiale contenente amianto. Ad ASL ed ARPA spetta buona parte del compito, in particolare le ASL devono tenere un registro delle aziende incaricate di eseguire la rimozione e di gestire le discariche specifiche, e verificare la qualità delle une e delle altre (il parere finale su una discarica è della regione). Che cosa significa “smaltire” e che cosa è uua discarica “per amianto”? Le normative Italiane e Lombarde prevedono che queste operazioni siano eseguite da personale che abbia sostenuto opportuni corsi di formazione, e che sia protetto da una tuta usa-e-getta, stivali e protezione del respiro. Questi operatori spruzzano sostanze speciali che stoppano il rilascio di polvere, pre-impacchettano tutto il materiale “sporco”, lo smontano, lo portano a livello terra, lo impacchettano per bene (in teli, sacchi, adesivi), lo caricano su un normale veicolo da trasporto e lo portano ad una discarica autorizzata.

La discarica non ha nulla di diverso da qualsiasi discarica per rifiuti speciali, salvo contenere materiale impacchettato. Una prima nota di dubbio è: che cosa porta il prezzo di smaltimento ad essere superiore a quello dello smaltimento simil-nucleare americano, nonostante le infrastrutture ed il personale coinvolti siano evidentemente di livello molto più basso? Una seconda nota è: perchè tanta fretta? Con l’eccezione della zona Broni-Pavia, l’amianto non assolutamente è una priorità ambientale in una regione che invece di problemi legati a diossina metalli PM10 ne ha da annegarci dentro e su quei versanti non sembra avere nessuna fretta.

3) Arrivati al 2011, il PRAL ha classificato 55,000 siti da bonificare in tutta la regione, per un totale di 1.2 milioni di metri cubi di materiale da “smaltire”. Se immagino una tonnellata a metro cubo ad andarci leggero, e prendo per buoni i 120 euro del Corsera, sono un milione e mezzo di banconote da cento euro. Più IVA. Questo già potrebbe cominciare a spiegare la fretta. Notiamo che di questi 55,000 siti, il dieci percento si trova in provincia di Brescia, quasi tutti in città o dintorni. Davanti a tanta manna monetaria, il Pirelli viene inondato di domande per aprire “impianti di smaltimento”. Nella sola provincia di Brescia le richieste
presentate ammontano allo smaltimento di circa 3 milioni di metri cubi, più del doppio di tutto l’amianto presente in Lombardia, e sessanta volte più dell’amianto presente nella provincia. Secondo un articolo del Corsera-Brescia, il ricavo preventivato per le due discariche di Montichiari e S.Polo è 70 milioni di euro. Se uno va a spulciarsi i soggetti che mettono in cantiere le varie proposte, tornano alla mente le parole dell’indimenticabile Ricucci, “i furbetti del quartierino”, che sono sempre gli stessi e vantano più di un nome al top delle cronache giudiziarie lombarde. Insomma, vari blog e articoli adombrano la possibilità che lo smaltimento di amianto sia l’ennesimo giro di sovvenzioni a gruppi di amici sponsorizzato dal paternalismo Formigoniano.

4) Lo stato dell’arte “visibile” è che a Montichiari hanno fatto in tempo a stoppare la proposta di discarica di amianto presentata dalla Aspireco, che è venuta fuori quella della Ecoeternit, oltretutto per “riciclare” una cava
precedentemente bloccata dal giudice perchè illegalmente riempita di roba che non ci doveva stare. Come riportato sul sito della stessa Ecoeternit, la discarica si trova a 500 m dall’abitato di Vighizzolo. Invece la Profacta, l’azienda che vorrebbe aprire la discarica di amianto a S.Polo, è stata più parsimoniosa e non ha lasciato nemmeno i 500 m, siamo proprio sotto le case. A completare il triangolo delle Bermude ci sarebbe poi la discarica di Cappella Cantone nel Cremonese, già finita al centro delle cronache giudiziarie.

 5) L’attore principale della guerra alle discariche (di amianto e non) di Montichiari è il comitato SOS – Terra di Montichiari. Questo ha messo in rete un video di ripresa aerea in cui uno può contemplare da sé la decina di discariche da rifiuti speciali (e mica piccole) presenti nel giro di 5-6 km, record europeo. Forse una o due in più all’amianto si noterebbero poco. A Brescia invece provano a reggere l’urto il CoDiSA (comitato difesa salute ambiente) e Comitato spontaneo contro le nocivita’  che si sono visti respingere da TAR e Consiglio di Stato un esposto contro la discarica di amianto sulla base di “errori formali” sul genere via 3 novembre invece che via 4 novembre.

A parte le considerazioni sulla figura storica di Ponzio Pilato, siamo in una delle aree urbane più degradate d’Italia, e c’è un impegno formale (giugno 2011) del sindaco Paroli per la realizzazione del parco delle Cave, che va in contrasto con il progetto della discarica. Dove nel frattempo i lavori sono ricominciati.
Vedremo…

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