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Ago 18

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Una città contaminata: «Brescia non sta bene, situazione fuori controllo»

” Riconoscimento dello stato di emergenza ambientale e blocco immediato della costruzione di nuovi impianti nocivi”. Erano queste le principali richieste della manifestazione del 17 marzo scorso ” Liberiamo, aria, acqua, suolo ” promossa dalla RAB. Le prese di posizione in questo senso sono sempre piu’ numerose e arrivano anche dal mondo accademico bresciano. Se la situazione è fuori controllo tocca a noi cittadini e cittadine pretendere ed esigere che la nostra salute , e dell’ambiente in cui viviamo,  sia salvaguardata e non sacrificata a una logica di profitto che non appartiene piu’ a questo mondo, o almeno al mondo che  vogliamo per i nostri figli.

Di seguito l’intervista  al dottor Celestino Panizza, membro attivo dell’ISDE Medici per l’Ambiente.

da Brescia today 
 
La ciminiera della ASM, Brescia - copyright © Giovanni Pizzocolo

 
Brescia non sta bene, e per molti motivi”. Abbiamo il superamento del livello PM10 un giorno sì e un giorno no, abbiamo il lungo elenco delle criticità della zona Sud Est, Buffalora e San Polo, il peso critico del sito Caffaro, il cromo nell’acqua e la falda superficiale che se non è contaminata poco ci manca. Eppure enti ed istituzioni sembrano voler girare la testa, e anche l’allarme ambientale non pare percepito fino in fondo: ne abbiamo parlato con Celestino Panizza, medico specializzato in Medicina del lavoro e in Statistica Medica ed Epidemiologia, nonché membro attivo dell’ISDE Medici per l’Ambiente. “La centralina di rilevamento è allocata in periferia, vicino al Villaggio Sereno – ci spiega Panizza – eppure ha registrato il superamento dei limiti di polveri sottili per 113 giorni lo scorso anno. Una situazione particolare e preoccupante, una situazione di fondo decisamente più problematica rispetto a quella riscontrata in altri territori. E stiamo parlando solo di aria: diossine, PCB e metalli pesanti, in quantità significativamente elevate”.

Ma siamo solo all’inizio: “Il sito Caffaro è origine storica dell’inquinamento territoriale. Ha interessato la catena alimentare, ha colpito aziende produttrici e aziende agricole, latte e formaggi, carne e ortaggi. I residenti della zona Sud hanno una concentrazione di PCB nel sangue decisamente superiore rispetto alle medie non solo nazionali, valori ancora più elevati per chi ha consumato alimenti contaminati. Un problema diffuso, che colpisce tutta la città, da Nord a Sud. Anche San Polo è un terreno fertile di problemi, un’intersezione pericolosa di criticità ambientali, l’Alfa Acciai e l’inceneritore, l’autostrada e la tangenziale. Criticità che si ripercuotono sulla salute, sia che si tratti di ricoveri per malattie respiratorie o sull’incidenza sui tumori, dove Brescia si conferma tra le più colpite del Nord Italia”.

Ora se ne parla un po’ di più, questo però potrebbe non bastare. “Circolano tante voci, molti cercano di giustificare i dati ASL o ARPA raccontando di diverse caratteristiche della popolazione, di fattori comportamentali o genetici. Ma i dati parlano chiaro, il rischio ambientale è concreto, e i risultati di ogni analisi sono ascrivibili alle particolari condizioni ambientali. La situazione sanitaria è tutt’altro che tranquillizzante, e fino ad oggi non si è fatto praticamente nulla per migliorarla. Tutte queste indagini dovrebbero servire come base d’appoggio per scelte concrete, che implichino azioni di breve, medio e lungo periodo, e non solo a confermare o smentire cose che già conosciamo tutti. A me basta pensare alla resoconto generale delle incidenze tumorali in terra bresciana, più che sufficiente per giustificare l’adozione di politiche di tutela dell’ambiente e della salute”.

A pagare, oggi e domani, saranno cittadini e residenti, anziani e meno anziani, soprattutto bambini. “Loro hanno una vita davanti, avrebbero il diritto di capire e sapere a cosa andranno incontro. Dobbiamo prendere atto di questa situazione e mettere al centro il problema, correlare le fonti di inquinamento attuali con i possibili effetti a lungo termine. Non si può arrivare a conclusioni definitive, ma i dati scientifici e i dati convergenti, uniti ai ricoveri e alle malattie, all’inquinamento, portano a un solo risultato. Una situazione cronica, che da oltre 15 anni richiama all’attenzione e che ora emerge con più chiara evidenza. Brescia non ha confronti, con nessun altra realtà: i bresciani sono quelli che stanno peggio”.

Un inquinamento diffuso che non ha confini, corroborato da realtà come quelle della Valtrompia, dell’Italcementi di Rezzato, perfino il lago di Garda sembra sovraccarico di PCB e diossine, “composti organici persistenti che si trasportano anche a distanza”, e le anguille ne sono solo un esempio, “pesci grassi che concentrano molto queste sostanze, sostanze bioaccumulabili e biomagnificabili”. Il che significa che “man mano che si sale nella catena alimentare la concentrazione aumenta a dismisura”, anche di migliaia di volte.

C’è ancora tempo da perdere? Pare di no, e il dottor Panizza elenca i punti fondamentali, gli interventi da effettuare su diversi fronti per ridurre la criticità degli impatti attuali. “Fermare tutto, e non inserire alcuna nuova fonte di inquinamento, anzi. Qualunque nuovo intervento non dovrà essere solo a impatto zero, dovrà essere d’impatto positivo per il territorio. Poi abbiamo l’inquinamento industriale, non solo l’inceneritore, le emissioni straordinarie di inquinanti, le grandi acciaierie: qui servono più controlli, nuovi filtri e impianti d’avanguardia. C’è anche il problema del traffico, perché nonostante i dati gravissimi si cerca ancora di incentivare l’uso del mezzo privato, preludio di un nuovo peggioramento della qualità dell’aria. Infine abbiamo il problema delle falde acquifere, che si lega a filo doppio con il sito Caffaro. Un’acqua contaminata da solventi clorurati e metalli come cromo e nichel“.

Un elenco che pare infinito, e quelle sigle e quelle cifre che tornano e ritornano, risuonano pesanti come i metalli, come la diossina, come i PCB. “La categoria più esposta – conclude Panizza – è quella dei più giovani di tutti, i bambini. Inquinanti di questo tipo, e a questo livello, incidono sullo sviluppo prenatale, sullo sviluppo del sistema celebrale, sulle capacità intellettive, sul sistema endocrino e sul sistema immunitario”. Il tempo dell’agire non è mai stato così necessario.

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Navdanya

Navdanya è la trx di Radio Onda d'Urto dedicata al consumo critico, all'economia solidale e all'ecologia.
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2 comments

  1. Navdanya

    Una città contaminata: «Vicini al punto di non ritorno, così non c’è futuro»
    Un viaggio nell’inquinamento, raccontato dai dati inequivocabili, dai segnali della contaminazione. Oggi parliamo con Marino Ruzzenenti, storico ambientalista bresciano: della Caffaro, dei rifiuti, di PCB e diossine
    di Alessandro Gatta 17/08/2012

    Una città contaminata: «Brescia non sta bene, situazione fuori controllo»
    Cesio 137, Cromo.. e non solo! Le acque inquinate della città di Brescia
    Brescia Sud e PCB, la risposta dei comitati: «Siete incapaci di ascoltare i cittadini»
    Pm10: Brescia tra le prime dieci città più inquinate d’ItaliaUn’emergenza ambientale bella e buona, e non solo ascoltando gli ambientalisti, ci sono dati precisi, ci sono esperti e medici. Abbiamo ascoltato il dottor Panizza (qui la sua intervista), ora proseguiamo la nostra piccola inchiesta con le parole di Marino Ruzzenenti, storico ambientalista che dagli anni ’80 si impegna in iniziative in campo ambientale. E su quanto emerso negli anni, non ci sono proprio dubbi: “Brescia è contaminata da diossina e PCB, punto. A una quota così elevata che non c’è confronto nemmeno a livello internazionale. Se parliamo di PCB, il cui limite nel terreno è fissato per 60mg x kg, a Brescia otteniamo un’area molto estesa, terreni agricoli e residenziali, con punte massime di 1000mg. Tutta l’area del sito Caffaro, in cui la popolazione è esposta a contaminanti spaventosi”.

    Chiaro che in giorni come questi viene spontaneo pensare al confronto con l’Ilva di Taranto, dove si spenderanno quasi 300 milioni di euro per la bonifica e dove ancora si combatte, tra chiusura e apertura. “Ci sono pochi campioni delle terre di Taranto, ma pare che la diossina non vada molto oltre i 10 ng x kg, limite massimo per terreni urbani e agricoli. A Brescia c’è un’intera zona che supera i 100 ng x kg! Una situazione da dieci a trenta volte peggio, una situazione che dovrebbe sì scatenare l’opinione pubblica ma anche la magistratura”. Il suo prossimo saggio, a cui sta ancora lavorando, si intitolerà infatti (con un pizzico di provocazione) ‘Ma c’è un giudice a Brescia?’.

    “Il sangue dei bresciani – continua Ruzzenenti – e non solo in zona Caffaro, ma pure a Nord, e a Est, risulta più contaminato di quello delle nuove generazioni tarantine. Livelli decine di volte superiori, come per quanto riguarda il latte materno, in cui il confronto è impari: dai 20 ai 30 picogrammi x g contro i 140 o 150 delle donne bresciane prese in esame. Non che a Taranto le emissioni attuali siano inferiori a quelle bresciane, anzi. Ma là stanno sul mare, la ventilazione marina permette il cambio continuo dell’aria. A Brescia invece le emissioni ristagnano, senza dimenticare la gravissima eredità storica della Caffaro”.

    La situazione è davvero drammatica, “anzi intollerabile, e mi chiedo il perché di un mancato intervento della Magistratura, a fronte di un evidente rischio per la salute”. Da qui la richiesta comune della bonifica dell’area Caffaro, “a cui certo non bastano i 6 milioni promessi dal Governo, e per giunta mai arrivati”, oltre al cambio in corsa del modo di gestire la produzione industriale e lo smaltimento dei rifiuti: “Abbiamo un inceneritore inutile, figlio di una cultura obsoleta. Non è obbligatorio bruciare i rifiuti, si possono recuperare o smaltire in modo diverso, in economia e in ecologia. Senza parlare delle acciaierie, che sfruttano i propri forni (quando va bene) al 60%, garantendo comunque emissioni importanti. Perché non fare un consorzio, perché non concentrare le forze? Abbiamo forni di Provincia che sono sottoutilizzati, a Lonato e a San Zeno, potrebbe essere una soluzione intelligente al calo produttivo e strutturale delle aziende dell’acciaio”.

    La crisi da un altro punto di vista, perché “rinunciare ad inquinare non significa rinunciare a produrre”. Ma c’è ancora troppo silenzio, troppa omertà, e “una situazione gravissima in cui però ci viene detto di sdrammatizzare”. Ma come? “ASL e ARPA, e non parliamo degli enti locali, che parlano della necessità di una convivenza, perché Brescia è una realtà industriale, e l’industria inquinante deve essere antropologicamente connaturata alla brescianità e ai bresciani. Come se fosse una medicina, con tanti effetti collaterali con cui bisogna convivere per forza. Ma non è così, non dobbiamo sottovalutare il problema, Brescia è contaminata, da cima a fondo. E sono tutte storie, il nostro organismo non può abituarsi, non può adattarsi alle diossine e al PCB, al cromo e alle PM10”.

    Non serve parlare di San Polo o di ChiesaNuova: “A Brescia stanno tutti male, c’è chi sta un po’ peggio e chi un po’ meno peggio. Ma dall’aria all’acqua, bisogna prendere coscienza, la situazione è inaccettabile, e intollerabile. Ci sono già effetti a breve termine, ci saranno effetti peggiori a lungo termine. Lo sappiamo tutti, stiamo parlando di sostanze altamente tossiche, che se si trovano in un determinato ambiente è chiaro che danneggiano la salute di chi ci vive”. E non ci si ferma a Brescia, ci sono i laghi (Garda in testa, con gustose anguille alla diossina), ci sono zone come Montichiari dove si convive con almeno 11 discariche, ed “effetti peggiori anche rispetto a quello che era il triangolo della morte di Caserta”.

    Un problema serio e di carattere generale, legato alla “monocultura dei rifiuti”, un settore “assolutamente non necessario e assolutamente da rivedere, e da ridimensionare”. Qualcosa è da cambiare, così non si può e non si deve continuare: questa dovrebbe essere la mentalità diffusa, e invece no: “Il livello di accettazione è ancora troppo alto, e il motivo è chiaro. Troppi interessi economici diffusi, interessi non solo industriali, interessi passati e presenti, attuali e futuri”.

  2. Navdanya

    Ruzzenenti: “Basta teleriscaldamento”
    19 agosto 2012 | Dibattiti · In home page | 5 Commenti
    (red.) Perché teleriscaldare Brescia, “capitale del caldo”?.
    Se lo chiede Marino Ruzzenenti, storico ambientalista bresciano, rilanciando il dibattito sul teleriscaldamento. “In questo fine agosto bollente, le agenzie definiscono Brescia capitale del caldo”, ha sottolineato Ruzzenenti, “e chi è costretto in città sa bene che non è la solita esagerazione massmediatica. Orbene, non appare piuttosto insensato teleriscaldare una città già di per sé rovente? Semmai bisognerebbe teleraffreddarla, anche perché a queste temperature un grado in più significa malesseri e purtroppo anche decessi”.
    Eppure, nonostante gli anticicloni, A2a continua a teleriscaldare Brescia. “Perché? Un motivo potrebbe essere che con l’inceneritore bisogna produrre energia elettrica, richiesta dai condizionatori. Qualcuno aggiorni A2a che esistono tecnologie innovative per cui in estate con tanto sole, l’energia elettrica conviene produrla con il fotovoltaico, senza combustioni e senza inquinare, come sta già avvenendo, per cui le centrali termoelettriche in parte stanno ferme”.
    Un altro motivo potrebbe essere che occorre portare comunque nelle case l’acqua calda per fare la doccia. “Qualcuno”, ha continuato Ruzzenenti, “aggiorni per favore A2a che esiste una tecnologia già ampiamente sperimentata per cui l’acqua calda si produce con il sole, assorbendo il calore solare e quindi riducendo la temperatura ambiente, per di più senza combustioni ed emissioni inquinanti”.
    Un ultimo motivo potrebbe essere che in ogni caso bisogna bruciare i rifiuti. “Qualcuno aggiorni A2a informandola che l’Unione europea, quella dell’euro per cui stiamo facendo tanti sacrifici, ha deciso che i rifiuti non vanno più inceneriti, ma recuperati come materia e che, se a Brescia si realizzassero gli obiettivi di legge di una raccolta differenziata al 65%, potremmo spegnere già quasi del tutto l’inutile inceneritore, risparmiando ai bresciani tante emissioni inquinanti. Se poi A2a o l’amministrazione comunale hanno altre buone ragioni per surriscaldare una città bollente le spieghino ai bresciani”. Altrimenti, suggerisce Ruzzenenti, si dovrebbe aprire un nuovo capitolo, quello della discussione pubblica su come rottamare le “paleotecnologie di A2A, anche sul teleriscaldamento: tecnologia inventata in Unione sovietica nel secondo dopoguerra e copiata da Asm quasi mezzo secolo fa. Intanto il mondo è cambiato e un sistema elefantiaco stile gosplan sovietico basato sulle grandi combustioni è stato superato dalle nuove tecnologie solari e rinnovabili. Qualcuno lo dica ad A2a, per favore. In ogni caso sarebbe bene pretendere una discussione in città, visto che per una struttura del secolo scorso del tutto anacronistica si sta procedendo a mettere sottosopra ancora una volta le strade della città“.

    da quibrescia.it

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